Preghiera per quando si è stanchi e tristi
Le due grazie che il Signore dona sono:
la tristezza e la stanchezza.
La tristezza
perché mi obbliga alla memoria
e la stanchezza
perché mi obbliga alle ragioni per cui faccio le cose.
Fà o Dio
che una positività totale guidi il mio animo,
in qualsiasi condizione mi trovi,
qualunque rimorso abbia,
qualunque ingiustizia senta pesare su di me,
qualunque oscurità mi circondi,
qualunque inimicizia, qualunque morte mi assalga.
Perché Tu,
che hai fatto tutti gli esseri,
sei per il bene.
Tu sei l’ ipotesi positiva su tutto ciò che vivo
(Mons. Luigi Giussani)
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venerdì 5 giugno 2009
venerdì 1 maggio 2009
Un avvenimento doloroso, la morte di una persona, la malattia di un familiare, una bocciatura, sollecitano il nostro io, la nostra persona: la sollecitano a un recupero di ciò che è vero, mi sollecitano a recuperare ciò che è definitivamente vero per me, qlcs che dimenticavo o che ricordavo raramente.
Perciò, accettare l'avvenimento apparentemente contraddittorio a ciò per cui siamo fatti, significa sollecitare la capacità che ho di rapporto con ciò che mi costituisce al fondo o che costituisce più sicuramente la mia strada al Destino.
Comunque sia, un avvenimento quanto più è grave per noi, tanto più ci sollecita, ci urge ad aggrapparci, come giudizio e affettivamente, alla sicurezza suprema che abbiamo: la sicurezza suprema è il Destino, ciò da cui traiamo origine, ciò a cui apparteniamo.
Nel contatto con la realtà siamo sollecitati a sviluppare il nostro rapporto con l'essere, il nostro rapporto con ciò da cui tutto nasce, da cui, soprattutto, il nostro io nasce. Nel contatto con la realtà siamo sollecitati e invitati a sviluppare la coscienza che abbiamo di ciò a cui apparteniamo, o del Destino cui andiamo, che è lo stesso.
Se l'avvenimento in cui il contatto con la realtà si traduce - il contatto con la realtà è un avvenimento - è immediatamente contraddittorio alla nostra aspirazione, ciò ci costringe ad andare più sotto. Se tu nel fare una casa trovi terreno instabile, vai più sotto, scavi più sotto per trovare il fondamento, e sul fondamento giusto costruisci. Perciò, chi ha vissuto il dolore nella vita, se 'ha accettato, è perchè dal dolore si è fatto condurre più sotto nella profondità più vera del cuore.
E così risulta un uomo a cui uno ricorre con più fiducia, che gli altri che lo conoscono stimano, ha una figura, una faccia più potente, ha un viso più umano. Chi vive senza dolore e senza fatica, nel tempo, se in qlc modo la sollecitazione al vero nn gli arriva da altro, è insipido, cresce insipido, cresce piu superficiale.
Insomma, se siamo fatti e tutto ciò che accade nasce dalla stessa cosa da cui noi siamo fatti ( perchè tutto ha la stessa origine: dal mistero da cui trae consistenza la nostra vita, trae consistenza anche l'esistenza di tutto il resto), qualsiasi incontro nella vita, qualsiasi impatto con la realtà nn ha altro scopo che sollecitarci a una più profonda conoscenza, coscienza e affezione a ciò da cui deriviamo e, perciò, al nostro Destino. Qualsiasi impatto con la realtà è destinato così a rendere più energica, più ricca, la nostra personalità.
Luigi Giussani
Perciò, accettare l'avvenimento apparentemente contraddittorio a ciò per cui siamo fatti, significa sollecitare la capacità che ho di rapporto con ciò che mi costituisce al fondo o che costituisce più sicuramente la mia strada al Destino.
Comunque sia, un avvenimento quanto più è grave per noi, tanto più ci sollecita, ci urge ad aggrapparci, come giudizio e affettivamente, alla sicurezza suprema che abbiamo: la sicurezza suprema è il Destino, ciò da cui traiamo origine, ciò a cui apparteniamo.
Nel contatto con la realtà siamo sollecitati a sviluppare il nostro rapporto con l'essere, il nostro rapporto con ciò da cui tutto nasce, da cui, soprattutto, il nostro io nasce. Nel contatto con la realtà siamo sollecitati e invitati a sviluppare la coscienza che abbiamo di ciò a cui apparteniamo, o del Destino cui andiamo, che è lo stesso.
Se l'avvenimento in cui il contatto con la realtà si traduce - il contatto con la realtà è un avvenimento - è immediatamente contraddittorio alla nostra aspirazione, ciò ci costringe ad andare più sotto. Se tu nel fare una casa trovi terreno instabile, vai più sotto, scavi più sotto per trovare il fondamento, e sul fondamento giusto costruisci. Perciò, chi ha vissuto il dolore nella vita, se 'ha accettato, è perchè dal dolore si è fatto condurre più sotto nella profondità più vera del cuore.
E così risulta un uomo a cui uno ricorre con più fiducia, che gli altri che lo conoscono stimano, ha una figura, una faccia più potente, ha un viso più umano. Chi vive senza dolore e senza fatica, nel tempo, se in qlc modo la sollecitazione al vero nn gli arriva da altro, è insipido, cresce insipido, cresce piu superficiale.
Insomma, se siamo fatti e tutto ciò che accade nasce dalla stessa cosa da cui noi siamo fatti ( perchè tutto ha la stessa origine: dal mistero da cui trae consistenza la nostra vita, trae consistenza anche l'esistenza di tutto il resto), qualsiasi incontro nella vita, qualsiasi impatto con la realtà nn ha altro scopo che sollecitarci a una più profonda conoscenza, coscienza e affezione a ciò da cui deriviamo e, perciò, al nostro Destino. Qualsiasi impatto con la realtà è destinato così a rendere più energica, più ricca, la nostra personalità.
Luigi Giussani
lunedì 27 aprile 2009
«Donna non piangere»
di Luigi Giussani
Quella sera Gesù fu interrotto, fermato nel suo cammino al villaggio cui era destinato, cui si era destinato, perché c’era un pianto altissimo di donna, con un grido di dolore che percuoteva il cuore di tutti i presenti, ma che percuoteva, che ha percosso innanzitutto il cuore di Cristo. «Donna, non piangere!». Mai vista, mai conosciuta prima. «Donna, non piangere!». Che sostegno poteva avere quella donna che ascoltava la parola che Gesù diceva a lei? «Donna, non piangere!»: quando si rientra in casa, quando si va sul tram, quando si sale sul treno, quando si vede la coda delle automobili per le strade, quando si pensa a tutta la farragine di cose che interessano la vita di milioni e milioni di uomini, centinaia di milioni di uomini… Come è decisivo lo sguardo che un bambino o un grande «grande» avrebbero portato a quell’uomo, che veniva in capo a un gruppetto di amici e non aveva mai visto quella donna, ma si è fermato quando il suono, il riverbero del pianto è giunto fino a Lui! «Donna, non piangere!», come se nessuno la conoscesse, come se nessuno la riconoscesse più intensamente, più totalmente, più decisivamente di Lui! «Donna, non piangere!». Quando vediamo – come vi ho detto prima – tutto il movimento del mondo, nel cui fiume, nei cui ruscelli tutti gli uomini si rendono presenti alla vita, rendono presente la vita a sé, l’incognita della fine non è altro che l’incognita del come si è giunti a questa novità, quella novità che fa trovare un uomo, fa incontrare un uomo mai visto che, di fronte al dolore della donna che vede per la prima volta, le dice: «Donna, non piangere!». «Donna, non piangere!». «Donna, non piangere!»: questo è il cuore con cui noi siamo messi davanti allo sguardo e davanti alla tristezza, davanti al dolore di tutta la gente con cui entriamo in rapporto, per la strada o nel viaggio, nei nostri viaggi. «Donna, non piangere!». Che cosa inimmaginabile è che Dio – “Dio”, Colui che fa tutto il mondo in questo momento –, vedendo e ascoltando l’uomo, possa dire: «Uomo, non piangere!», «Tu, non piangere!», «Non piangere, perché non è per la morte, ma per la vita che ti ho fatto! Io ti ho messo al mondo e ti ho messo in una compagnia grande di gente!». Uomo, donna, ragazzo, ragazza, tu, voi, non piangete! Non piangete! C’è uno sguardo e un cuore che vi penetra fino nel midollo delle ossa e vi ama fin nel vostro destino, uno sguardo e un cuore che nessuno può fuorviare, nessuno può rendere incapace di dire quel che pensa e quel che sente, nessuno può rendere impotente! «Gloria Dei vivens homo». La gloria di Dio, la grandezza di Colui che fa le stelle del cielo, che mette nel mare goccia a goccia tutto l’azzurro che lo definisce, è l’uomo che vive. Non c’è nulla che possa sospendere quell’impeto immediato di amore, di attaccamento, di stima, di speranza. Perché è diventato speranza per ognuno che Lo ha visto, che ha sentito: «Donna, non piangere!», che ha udito Gesù dir così: «Donna, non piangere!». Non c’è nulla che possa fermare la sicurezza di un destino misterioso e buono! Noi siamo insieme dicendoci: «Tu, non t’ho mai visto, non so chi sei: non piangere!». Perché il pianto è il tuo destino, sembra essere il tuo destino inevitabile: «Uomo, non piangere!». «Gloria Dei vivens homo»: la gloria di Dio – quella per cui sorregge il mondo, l’universo – è l’uomo che vive, ogni uomo che vive: l’uomo che vive, la donna che piange, la donna che sorride, il bambino, la donna che muore madre. «Gloria Dei vivens homo». Noi vogliamo questo e nient’altro che questo, che la gloria di Dio sia palesata a tutto il mondo e tocchi tutti gli ambiti della terra: le foglie, tutte le foglie dei fiori e tutti i cuori degli uomini. Non ci siamo mai visti, ma questo è ciò che vediamo tra noi, ciò che sentiamo tra noi.
martedì 7 aprile 2009
Mosè e lo Shuttle. Riflessione religiosa su una tragedia della modernità
Luigi Giussani
Pubblichiamo l’articolo di don Giussani comparso in prima pagina sul Corriere della Sera il 9 febbraio 2003
Caro direttore,osservando le immagini dello Shuttle che precipita, si impone una domanda: con tutto quel che accade, è giusta la vita? Se non rispondessimo, tutto rimarrebbe nella disperazione, come se la tragedia dello Shuttle capitasse centomila volte in un giorno, lasciando centinaia di milioni di persone disperate. Eppure nella sua ricerca di una risposta che affermi la libertà o la bontà o la giustizia, l’uomo incontra un limite, si scopre limitato per natura, così che tutto sembra senza fiato, e appare impossibile a chiunque compiere una sola azione di vita senza commettere ingiustizie o contraddizioni. Siamo tutti come Mosè, cha aveva accompagnato per centinaia di chilometri i suoi; arrivato al confine di quello che sarebbe diventato poi lo Stato di Israele, dall’alto del monte guarda da lontano la Terra Santa senza poterla toccare, poiché Dio gli aveva detto: «Per punizione del tuo timore, del tuo non avermi reso giustizia, tu morirai prima di giungere nella Terra promessa». Infatti sarà Giosuè a fare entrare le truppe per la conquista. Ecco, noi stessi ogni ora siamo come sul limitare di una terra tanto desiderata quanto irraggiungibile. E per questo la domanda sulla riuscita della vita domina le giornate di chiunque abbia respiro umano. Ora, c’è un’unica spiegazione cha dà ragione di tutto ciò che è accaduto: la croce di Cristo; la Sua morte è la risposta di Dio ai nostri limiti e alle nostre ingiustizie. Ci sarebbe un orizzonte di mancanza di ragione in tutte le cose. Qualsiasi evento capiti non troverebbe mai risposta adeguata, se non ci fosse Cristo: Lui segna l’ultima vittoria di Dio sulla realtà umana; qualsiasi cosa accada, è la «misericordia» che legge tutto ciò che è umano. La misericordia: Dio compie la vittoria sul male dentro la storia come positività, è questo che dà la ragione a ciò che accade. Ma l’uomo non riesce a capire questa spiegazione. L’unica possibile spiegazione perché il danno e il male non siano il segno ultimo della storia. Allora avviene una cosa impossibile, la più impossibile: l’uomo si fa giudice di Dio. Mi mette le vertigini pensare al futuro, a quel che l’uomo può fare se giudica ingiusto Dio per qualcosa che accade e che egli non riesce a comprendere. L’uomo non può. Dio può fare e può permettere quello che vuole (è il mistero di Dio, in cui l’uomo non può entrare se Dio non gli apre la porta) e l’uomo che giudicasse Dio - per pura presunzione - compirebbe il vero cataclisma. La tragedia di Gesù è questa! Invece la morte e il destino di Cristo sono la resurrezione della vita: la vittoria sul male. Chi accetta questo fatto, partecipa della resurrezione della vita. Chi, non comprendendolo, non lo accetta, distrugge il mondo. Ma dire che Cristo «ha vinto» è un’espressione strana per l’uomo e così giungiamo ad essa come ad un’uscita misteriosa, che rimane mistero fin quando il Padre lo vuole, finché il mistero di Dio non si riveli. E quando si rivelerà, sarà la fine, la fine del mondo. Per potere dire: «Ha vinto», l’uomo deve fare una scelta: la scelta che il bene trionfi sul male. La scelta del bene e non l’insistente sottolineatura del male. E questo è innegabile che sia giusto: a priori è giusto, non è una spiegazione che possiamo dare noi, ma qualcosa che riconosciamo. Proprio per questo la storia dell’America ci insegna una positività della vita che è di esempio a tutto il resto del mondo. E ci insegna anche che se manca il senso del tutto, questo fa diventare infinita la possibilità di ribellione e di massacro. Dio, il Signore mi fa giungere alla certezza della fede: che l’amicizia di Dio con me, con l’uomo, non può essere messa in discussione da nulla (fin dall’inizio Dio è venuto in terra scegliendosi un popolo, una nazione prediletta per portare il mondo a un compimento che altrimenti non avrebbe mai avuto). Pensare che poco prima di morire Gesù abbia detto: «Amico!» a Giuda che lo tradiva, è una cosa dell’altro mondo. Dice il Salmo 117: «Lodate il Signore perché è buono, eterna è la Sua misericordia». È una cosa dell’altro mondo. Pensavo in questi giorni a Massimiliano Kolbe, che dice al capo tedesco: «Tu ne devi ammazzare dieci, io ne sostituisco uno che ha figli…». E il tedesco accetta l’offerta. Se Hitler fosse stato lì in quel momento, non avrebbe certo premiato quel capitano… il capitano tedesco aveva applicato un’idea di giustizia che non era quella di Hitler; accettando lo scambio, aveva espresso il sentimento naturale di un uomo che poteva avere figli come il condannato. La Chiesa ha fatto santo padre Kolbe perché ha reso giustizia a se stesso davanti a Dio. Come fu per la Madonna, che per me rimane il vertice di quell’evoluzione dell’io che si chiama santità. Per cui di fronte a qualsiasi disastro o limite, un uomo può affermare con sicurezza che la vita è giusta perché va misteriosamente ma sicuramente verso il suo destino di positività.
Luigi Giussani
Pubblichiamo l’articolo di don Giussani comparso in prima pagina sul Corriere della Sera il 9 febbraio 2003
Caro direttore,osservando le immagini dello Shuttle che precipita, si impone una domanda: con tutto quel che accade, è giusta la vita? Se non rispondessimo, tutto rimarrebbe nella disperazione, come se la tragedia dello Shuttle capitasse centomila volte in un giorno, lasciando centinaia di milioni di persone disperate. Eppure nella sua ricerca di una risposta che affermi la libertà o la bontà o la giustizia, l’uomo incontra un limite, si scopre limitato per natura, così che tutto sembra senza fiato, e appare impossibile a chiunque compiere una sola azione di vita senza commettere ingiustizie o contraddizioni. Siamo tutti come Mosè, cha aveva accompagnato per centinaia di chilometri i suoi; arrivato al confine di quello che sarebbe diventato poi lo Stato di Israele, dall’alto del monte guarda da lontano la Terra Santa senza poterla toccare, poiché Dio gli aveva detto: «Per punizione del tuo timore, del tuo non avermi reso giustizia, tu morirai prima di giungere nella Terra promessa». Infatti sarà Giosuè a fare entrare le truppe per la conquista. Ecco, noi stessi ogni ora siamo come sul limitare di una terra tanto desiderata quanto irraggiungibile. E per questo la domanda sulla riuscita della vita domina le giornate di chiunque abbia respiro umano. Ora, c’è un’unica spiegazione cha dà ragione di tutto ciò che è accaduto: la croce di Cristo; la Sua morte è la risposta di Dio ai nostri limiti e alle nostre ingiustizie. Ci sarebbe un orizzonte di mancanza di ragione in tutte le cose. Qualsiasi evento capiti non troverebbe mai risposta adeguata, se non ci fosse Cristo: Lui segna l’ultima vittoria di Dio sulla realtà umana; qualsiasi cosa accada, è la «misericordia» che legge tutto ciò che è umano. La misericordia: Dio compie la vittoria sul male dentro la storia come positività, è questo che dà la ragione a ciò che accade. Ma l’uomo non riesce a capire questa spiegazione. L’unica possibile spiegazione perché il danno e il male non siano il segno ultimo della storia. Allora avviene una cosa impossibile, la più impossibile: l’uomo si fa giudice di Dio. Mi mette le vertigini pensare al futuro, a quel che l’uomo può fare se giudica ingiusto Dio per qualcosa che accade e che egli non riesce a comprendere. L’uomo non può. Dio può fare e può permettere quello che vuole (è il mistero di Dio, in cui l’uomo non può entrare se Dio non gli apre la porta) e l’uomo che giudicasse Dio - per pura presunzione - compirebbe il vero cataclisma. La tragedia di Gesù è questa! Invece la morte e il destino di Cristo sono la resurrezione della vita: la vittoria sul male. Chi accetta questo fatto, partecipa della resurrezione della vita. Chi, non comprendendolo, non lo accetta, distrugge il mondo. Ma dire che Cristo «ha vinto» è un’espressione strana per l’uomo e così giungiamo ad essa come ad un’uscita misteriosa, che rimane mistero fin quando il Padre lo vuole, finché il mistero di Dio non si riveli. E quando si rivelerà, sarà la fine, la fine del mondo. Per potere dire: «Ha vinto», l’uomo deve fare una scelta: la scelta che il bene trionfi sul male. La scelta del bene e non l’insistente sottolineatura del male. E questo è innegabile che sia giusto: a priori è giusto, non è una spiegazione che possiamo dare noi, ma qualcosa che riconosciamo. Proprio per questo la storia dell’America ci insegna una positività della vita che è di esempio a tutto il resto del mondo. E ci insegna anche che se manca il senso del tutto, questo fa diventare infinita la possibilità di ribellione e di massacro. Dio, il Signore mi fa giungere alla certezza della fede: che l’amicizia di Dio con me, con l’uomo, non può essere messa in discussione da nulla (fin dall’inizio Dio è venuto in terra scegliendosi un popolo, una nazione prediletta per portare il mondo a un compimento che altrimenti non avrebbe mai avuto). Pensare che poco prima di morire Gesù abbia detto: «Amico!» a Giuda che lo tradiva, è una cosa dell’altro mondo. Dice il Salmo 117: «Lodate il Signore perché è buono, eterna è la Sua misericordia». È una cosa dell’altro mondo. Pensavo in questi giorni a Massimiliano Kolbe, che dice al capo tedesco: «Tu ne devi ammazzare dieci, io ne sostituisco uno che ha figli…». E il tedesco accetta l’offerta. Se Hitler fosse stato lì in quel momento, non avrebbe certo premiato quel capitano… il capitano tedesco aveva applicato un’idea di giustizia che non era quella di Hitler; accettando lo scambio, aveva espresso il sentimento naturale di un uomo che poteva avere figli come il condannato. La Chiesa ha fatto santo padre Kolbe perché ha reso giustizia a se stesso davanti a Dio. Come fu per la Madonna, che per me rimane il vertice di quell’evoluzione dell’io che si chiama santità. Per cui di fronte a qualsiasi disastro o limite, un uomo può affermare con sicurezza che la vita è giusta perché va misteriosamente ma sicuramente verso il suo destino di positività.
sabato 28 marzo 2009

La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è cosi grande da giustificare la fatica del cammino. La promessa di Cristo non è soltanto una realtà attesa, ma una vera presenza.
Benedetto XVI
Noi diciamo quello che dovrebbe essere o quello che non va e "non si parte dall'affermazione che Cristo ha vinto". Che Cristo ha vinto, che Cristo è risorto, significa che il senso della mia vita e del mondo è presente, è già presente, e il tempo è l'operazione profonda e misteriosa del suo manifestarsi.
Luigi Giussani
domenica 15 febbraio 2009
''Il possesso a cui tende l'amore è molto di piu' a un metro dall'oggetto che neanche afferrandolo. E' come l'areoplano che, quando parte, dà su di giri ai motori e, quando sono al massimo e vibra tutta la carcassa dell'aereo, tutto vibra,-zac!-si mette in volo.Cosi', di fronte a una persona amata, nell'amore a una persona, è molto piu' grande l'intensità dell'amore quando ti fermi a un metro e tutto vibra e tutto sembra volerla afferrare e tu ti trattieni dall'afferrare, non per trattenerti dall'afferrare, ma perchè c'è un'adorazione e un riconoscimento del significato della cosa. E tu sei li' che vivi questo sentimento di significato e trattieni l'impeto che ti spingerebbe a una presa puramente meccanica. In quel momento tu vuoi bene a quella persona centomila volte di piu' che neanche se l'afferri con tutte e due le mani. Per amare una presenza, tu devi riconoscere che essa è segno del Mistero, di Cristo: cio' di cui è fatta è Cristo. E tutto in te, davanti a essa, viene proteso e lanciato come domanda a Cristo che si sveli, che si faccia vedere. Perchè, quando Cristo si fara' vedere in quella faccia, sarà la fine del mondo, sarà l'eternità (quell'eternità di cui quella persona è fatta: se è fatta di Cristo, è fatta di eternità, no?) Essere a un metro senza prendere vuol dire essere tutto proteso nel prender coscienza del segno che essa è. Per questo niente al mondo la può piu'cancellare, proprio perchè è segno di Cristo; e niente al mondo puo' soverchiarla, perchè è segno di Cristo. Se è segno di Cristo, quello che ti viene di conseguenza è lo struggimento perchè Cristo si riveli in lei, cioè che appaia la definitività della cosa, appaia la verità della cosa nella sua definitività. Perchè anche in Paradiso la persona amata è segno in cui cio' di cui è segno si effonde, si rivela, esplode. Quando Gesu' guardava la Samaritana, era cosi': era il segno del Padre la Samaritana e Cristo viveva lo struggimento che il Padre si manifestasse in lei, che tutto il mondo in lei vedesse il Padre, cioè vedesse Lui, perchè il Padre si era fatto carne nel Figlio. Soltanto che Gesu' non aveva il prurito che abbiamo noi, l'istinto che abbiamo noi, il disordine, l'impetuoso disordine che noi subiamo dopo il peccato originale, perciò è come se fosse li' a un metro, ma contemplando e desiderando. Forse la parola giusta è adorando. L'uomo non puo' amare la donna che ama, se non da un metro di distanza."
don Luigi Giussani
don Luigi Giussani
Quanto più si ama, tanto più uno ha bisogno di sacrificio per fondare ciò che ama. […]
Perché l'Eterno è entrato nel mondo dove c'è ciò che guardo con preferenza. Quanto più uno ama, quanto più preferisce, tanto più ha come una strana necessità di sacrificio. Che non è per Gesù, ma è per le realtà di questo mondo, perché siano vere![…]necessità di sacrificio perché emerga quello che viene prima nel rapporto. E così il rapporto sta, diventa vero, sempre più vero, e non va via più, cioè diventa eterno. E l'Eterno che entra nel rapporto amato lo rende segno, ma segno questa volta reale, come segno più vicino per analogia al sacramento, segno cioè che porta dentro di sé la sua verità. Non è un sentimento mio, non si risolve in sentimento mio, ma si risolve in una dedizione del mio io all'altro, al tu, in cui il tu diventa vero per il sacrificio che io devo continuamente compiere per affermare il Tu che sta dietro il tu, cioè il Tu di Cristo.
La tua personalità è sempre più lieta che ciò che ama abbia dentro l'Eterno: non lo perderà più.
[…] Quanto più acutamente si ama tanto più diventa necessaria una sofferenza. La sofferenza è necessaria non per purificare la cosa per Cristo, ma per rendere vera la cosa.
Il sacrificio è per la verità del tempo e dello spazio, per la verità delle cose. Per la verità delle persone; e quanto più si ama una persona tanto più questa necessità si sente e si percepisce. E ciò che tiene su tutto questo è proprio quella fede e quell'amore a Cristo in cui Cristo è la forza che mi rende forte. Rende forte me, perché è fede e amore mio, è sacrificio mio; come è preferenza mia, come è cosa mia. Ma è Cristo che tiene su tutto questo.
[…] Perché per voler veramente bene a una persona, in modo eccezionale, bisogna che nel rapporto viva un sacrificio tale che quella persona è come se ci aprisse ad abbracciare tutta la comunità, tutto ciò che è presente, e porta dentro di sé tutto ciò che è presente. […] un'amicizia particolare, una preferenza, spalanca.
Il sacrificio sta nel guardare alla persona a cui vuoi bene con la memoria di Cristo, secondo la memoria di Cristo. […] La parola sacrificio non indica affatto necessariamente fatica e dolore o – meglio – rinuncia, fatica come rinuncia. Vuol dire far penetrare la memoria di Cristo in quello che ami; allora quello che ami diventa più vero, perché viene penetrato dall'Eterno. E la memoria da far penetrare è : "Vieni Gesù". […] La presenza che ti ha colpito deve essere penetrata della memoria di Colui che l'ha fatta, di Cristo. E questo implica un sacrificio in tutto ciò che vorrebbe arrestarti alla sorpresa, allo stupore. Quindi è nello stupore e nel sacrificio che si afferma Cristo. […]
Non assumete la categoria mondana di amore, perché la categoria mondana di amore potrà farvi stare due minuti in estasi di fronte a quello che sentite, alla bellezza, o ripeter questi due minuti altre 34 volte in 3 anni, ma non produce una categoria diversa, 100 volte più potente, di sguardo amoroso. Lo sguardo amoroso che nasce sui ruderi dello sguardo naturale, istintivo – diciamo naturale: è più giusto perché riguarda l'istinto ma anche l'ovvio, il sentimento ovvio - , lo sguardo ammirato, di ammirazione e di gioia che nasce sull'abbandono dei detriti del nostro sentimento naturale, che si è insinuato in noi dopo che abbiamo fatto fatica (mortificazione: apparenza di negazione), dopo che abbiamo fatto questa esperienza di rinnegamento, è 100 volte diverso. […]
Lo sguardo amoroso cristiano non teme niente, è preoccupato che tutto c'entri: non è sguardo amoroso a te se non è sguardo amoroso alla tua persona. […] Se si ama tutta la realtà della creatura che si ha davanti, innanzitutto se ne ama il destino!
[…]E' presuntuoso dire: "Sì, ti amo", come è presuntuoso che un uomo dica alla sua donna, alla donna che gli chiede : "Mi ami tu?", "Sì, ti amo". Normalmente è di una presunzione senza limiti quest'affermazione, perché non è vera. Per poter rispondere sì ti amo, devi attraversare la faccia e vedere dietro, in prospettiva, la presenza del suo destino, che è la presenza di Dio fatto uomo.
[…]Il primo amore verso una persona, o l'espressione prima dell'amore verso una persona, è che in essa si avveri, si operi la verità: che conosca il vero e che si operi il vero. […] Quando si vuole veramente bene è solo l'amore alla verità dell'altro che può portare al sacrificio.
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[…]Perciò la coscienza del vero non solo non elimina, non elude il sentimento, ma fonda il sentimento giusto […] e il sentimento si può rivelare come attaccamento a cio che è vero. L'attaccamento è il fondo anche dell'amore umano. L'amore umano, ultimamente, comunque sia nato, non rimane mai com'è nato: l'ultima sua verità è l'attaccamento. L'attaccamento sembra non essere un sentimento, invece è un sentimento: si chiama fedeltà.
Una persona, quando vuol bene a un'altra persona, nella misura in cui vuol bene a un'altra persona, cosa può fare se non domandare?O pretendere o domandare […] "Posso essere 100 volte peggio di quel che sono: ti prego, amami, perché io ti amo"è il rapporto tra Gesù e san Pietro, che è la pagina umanamnte più bella che esista al mondo. Infatti, il gioco più acuto dell'amore umano, che è la preferenza, inevitablmente, al cento per cento, si riconduce a naturalismo, a pretesa naturalistica, a scelta naturalistica, a richiesta naturalistica, e non invece a una passione più grande per il destino dell'altro.
L'ideale cui tende ogni amore vero, nel suo culmine, l'amore tra l'uomo e la donna, l'unità tra i due, l'immedesimazione tra i due che è tragicamente impossibile, diventa possibile: tu e io siamo una cosa sola con Cristo e in Cristo; se non ci fosse Cristo cesseremmo di essere una sola cosa così e saremmo giustapposti.
Meno che dar la vita non è amare. Noi diciamo: "Si vuol bene se si vuole il destino dell'altro". […] E' la nuda e cruda totalità d'affermazione dell'altro. La ricerca di una corrispondenza […] nn solo è il paradosso più sperimentalmente impressionante, ma è anche il paradosso supremo: quando uno è follemente innamorato di una persona, la esige. Annulla l'amare: l'altro è il grande e terribile, tremendo pretesto per affermare sé.
Ma una contentezza che impegna la tua vita con un'altra vita, totalmente, come fa ad accadere?Soltanto di fronte all'avvenimento che Dio ti ha cercato, ti ha cercato e ti ha trovato, è venuto con te, cammina con te, c'è una contentezza tale per cui uno può amare chiunque altro. […] Perché è soltanto se Dio viene in terra che uno ha una contentezza tale da poter amare, o uno incontra una grazia tale da sperare. Perché sperare è tutta la vita e amare è tutta la persona.
don Luigi Giussani
Perché l'Eterno è entrato nel mondo dove c'è ciò che guardo con preferenza. Quanto più uno ama, quanto più preferisce, tanto più ha come una strana necessità di sacrificio. Che non è per Gesù, ma è per le realtà di questo mondo, perché siano vere![…]necessità di sacrificio perché emerga quello che viene prima nel rapporto. E così il rapporto sta, diventa vero, sempre più vero, e non va via più, cioè diventa eterno. E l'Eterno che entra nel rapporto amato lo rende segno, ma segno questa volta reale, come segno più vicino per analogia al sacramento, segno cioè che porta dentro di sé la sua verità. Non è un sentimento mio, non si risolve in sentimento mio, ma si risolve in una dedizione del mio io all'altro, al tu, in cui il tu diventa vero per il sacrificio che io devo continuamente compiere per affermare il Tu che sta dietro il tu, cioè il Tu di Cristo.
La tua personalità è sempre più lieta che ciò che ama abbia dentro l'Eterno: non lo perderà più.
[…] Quanto più acutamente si ama tanto più diventa necessaria una sofferenza. La sofferenza è necessaria non per purificare la cosa per Cristo, ma per rendere vera la cosa.
Il sacrificio è per la verità del tempo e dello spazio, per la verità delle cose. Per la verità delle persone; e quanto più si ama una persona tanto più questa necessità si sente e si percepisce. E ciò che tiene su tutto questo è proprio quella fede e quell'amore a Cristo in cui Cristo è la forza che mi rende forte. Rende forte me, perché è fede e amore mio, è sacrificio mio; come è preferenza mia, come è cosa mia. Ma è Cristo che tiene su tutto questo.
[…] Perché per voler veramente bene a una persona, in modo eccezionale, bisogna che nel rapporto viva un sacrificio tale che quella persona è come se ci aprisse ad abbracciare tutta la comunità, tutto ciò che è presente, e porta dentro di sé tutto ciò che è presente. […] un'amicizia particolare, una preferenza, spalanca.
Il sacrificio sta nel guardare alla persona a cui vuoi bene con la memoria di Cristo, secondo la memoria di Cristo. […] La parola sacrificio non indica affatto necessariamente fatica e dolore o – meglio – rinuncia, fatica come rinuncia. Vuol dire far penetrare la memoria di Cristo in quello che ami; allora quello che ami diventa più vero, perché viene penetrato dall'Eterno. E la memoria da far penetrare è : "Vieni Gesù". […] La presenza che ti ha colpito deve essere penetrata della memoria di Colui che l'ha fatta, di Cristo. E questo implica un sacrificio in tutto ciò che vorrebbe arrestarti alla sorpresa, allo stupore. Quindi è nello stupore e nel sacrificio che si afferma Cristo. […]
Non assumete la categoria mondana di amore, perché la categoria mondana di amore potrà farvi stare due minuti in estasi di fronte a quello che sentite, alla bellezza, o ripeter questi due minuti altre 34 volte in 3 anni, ma non produce una categoria diversa, 100 volte più potente, di sguardo amoroso. Lo sguardo amoroso che nasce sui ruderi dello sguardo naturale, istintivo – diciamo naturale: è più giusto perché riguarda l'istinto ma anche l'ovvio, il sentimento ovvio - , lo sguardo ammirato, di ammirazione e di gioia che nasce sull'abbandono dei detriti del nostro sentimento naturale, che si è insinuato in noi dopo che abbiamo fatto fatica (mortificazione: apparenza di negazione), dopo che abbiamo fatto questa esperienza di rinnegamento, è 100 volte diverso. […]
Lo sguardo amoroso cristiano non teme niente, è preoccupato che tutto c'entri: non è sguardo amoroso a te se non è sguardo amoroso alla tua persona. […] Se si ama tutta la realtà della creatura che si ha davanti, innanzitutto se ne ama il destino!
[…]E' presuntuoso dire: "Sì, ti amo", come è presuntuoso che un uomo dica alla sua donna, alla donna che gli chiede : "Mi ami tu?", "Sì, ti amo". Normalmente è di una presunzione senza limiti quest'affermazione, perché non è vera. Per poter rispondere sì ti amo, devi attraversare la faccia e vedere dietro, in prospettiva, la presenza del suo destino, che è la presenza di Dio fatto uomo.
[…]Il primo amore verso una persona, o l'espressione prima dell'amore verso una persona, è che in essa si avveri, si operi la verità: che conosca il vero e che si operi il vero. […] Quando si vuole veramente bene è solo l'amore alla verità dell'altro che può portare al sacrificio.
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[…]Perciò la coscienza del vero non solo non elimina, non elude il sentimento, ma fonda il sentimento giusto […] e il sentimento si può rivelare come attaccamento a cio che è vero. L'attaccamento è il fondo anche dell'amore umano. L'amore umano, ultimamente, comunque sia nato, non rimane mai com'è nato: l'ultima sua verità è l'attaccamento. L'attaccamento sembra non essere un sentimento, invece è un sentimento: si chiama fedeltà.
Una persona, quando vuol bene a un'altra persona, nella misura in cui vuol bene a un'altra persona, cosa può fare se non domandare?O pretendere o domandare […] "Posso essere 100 volte peggio di quel che sono: ti prego, amami, perché io ti amo"è il rapporto tra Gesù e san Pietro, che è la pagina umanamnte più bella che esista al mondo. Infatti, il gioco più acuto dell'amore umano, che è la preferenza, inevitablmente, al cento per cento, si riconduce a naturalismo, a pretesa naturalistica, a scelta naturalistica, a richiesta naturalistica, e non invece a una passione più grande per il destino dell'altro.
L'ideale cui tende ogni amore vero, nel suo culmine, l'amore tra l'uomo e la donna, l'unità tra i due, l'immedesimazione tra i due che è tragicamente impossibile, diventa possibile: tu e io siamo una cosa sola con Cristo e in Cristo; se non ci fosse Cristo cesseremmo di essere una sola cosa così e saremmo giustapposti.
Meno che dar la vita non è amare. Noi diciamo: "Si vuol bene se si vuole il destino dell'altro". […] E' la nuda e cruda totalità d'affermazione dell'altro. La ricerca di una corrispondenza […] nn solo è il paradosso più sperimentalmente impressionante, ma è anche il paradosso supremo: quando uno è follemente innamorato di una persona, la esige. Annulla l'amare: l'altro è il grande e terribile, tremendo pretesto per affermare sé.
Ma una contentezza che impegna la tua vita con un'altra vita, totalmente, come fa ad accadere?Soltanto di fronte all'avvenimento che Dio ti ha cercato, ti ha cercato e ti ha trovato, è venuto con te, cammina con te, c'è una contentezza tale per cui uno può amare chiunque altro. […] Perché è soltanto se Dio viene in terra che uno ha una contentezza tale da poter amare, o uno incontra una grazia tale da sperare. Perché sperare è tutta la vita e amare è tutta la persona.
don Luigi Giussani
mercoledì 11 febbraio 2009
domenica 8 febbraio 2009
" Perciò il sacrificio nn è sospendere la volontà di qualche cosa, sospendere l'amore a qualcuno o a qualcosa, non è eliminare niente, ma arrestare la volontà che si sta comportando contro la natura della cosa. Se nn puoi usare la cosa secondo il suo destino, se nn puoi usare di qst rapporto affettivo secondo il suo destino, sei un delinquente: è un delitto!"Ma è impossibile il sacrificio!": il sacrificio è necessario, come è necessario nn commettere un delitto"
("Si può vivere così?", Luigi Giussani)
("Si può vivere così?", Luigi Giussani)
giovedì 8 gennaio 2009
Di fronte alla persona amata è molto più grande l'intensità dell'amore quando ti fermi ad un metro, e tutto vibra, e tutto sembra volerla afferrare. Non per trattenerti dall'afferrare, ma perché c'è un'adorazione e un riconoscimento del significato della cosa. E tu sei lì che vivi questo sentimento di significato e trattieni l'impeto che ti spingerebbe ad una presa puramente meccanica. Peramare una presenza tu devi riconoscere che essa è del Mistero, di Cristo: ciò di cui è fatta è Cristo. E tutto in te viene proteso come domanda a Cristo che sisveli, che si faccia vedere. Perché quando Cristo si farà vedere in quella faccia, sarà la fine del mondo, sarà l'Eternità! Essere ad un metro senza prendere vuol dire essere tutto proteso nel prendere coscienza del segno che essa è, del valore di segno che essa è. Per questo niente al mondo la può cancellare, proprio perché è segno di Cristo. Se è segno di Cristo, quello che ti viene come conseguenza è lo struggimento perché Cristo si riveli in lei.
Don Giussani
Don Giussani
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